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Sì, è violenza di genere

Sei nel mirino della rete, gli haters concentrano le loro attenzioni non richieste a foto , video, affermazioni, sfoghi, parenti, amici che compaiono nel tuo profilo. Per scelta professionale e personale hai sempre trovato la tua collocazione tra le persone comuni e non tra gli aspiranti vip dei maggiori media nazionali e internazionali. Cosa potresti aspettarti?

Secondo le regole non scritte ma autocreate dagli utenti attraverso la condivisione di massa di alcuni contenuti, potremmo ipotizzare innanzitutto una serie di giudizi molto negativi che spaziano dall’estetica alla grammatica senza esclusione di linguaggio fortemente scurrile. In secondo luogo, una serie di ironizzazioni più o meno rispettose della dignità personale e magari la creazione di meme dedicati che rafforzeranno all’interno del contesto digitale la presenza del tuo contenuto personale che è stato preso di mira. Si tratta di un turbine velocissimo di ricondivisioni, retweet, fino all’arrivo in alcuni casi, dell’attenzione di quella parte giornalistica e in genere mediatica, schiava della vox popoli moderna, sia essa sensata o maleducata.

Aggiungiamo però nell’ipotesi un particolare: appartieni al genere femminile.

Cosa ci aspettiamo ora? 

Lo scenario si tinge improvvisamente di pregiudizi sessuali. I termini utilizzati dagli haters sono volgarmente associati alla tua supposta sessualità, ti vengono sempre più spesso augurate minacce, te ne vengono fatte, la molestia se non addirittura la violenza viene ipotizzata come “punizione” per una supposta condotta offensiva. 

L’attenzione a questo punto viene spostata sulle conseguenze psicologiche che avrai dopo essere sottoposta a queste ingiurie, il tuo nome continua ad essere ripubblicato ora sotto la definizione di vittima. Articoli vengono scritti ed esperti convocati per parlare di cyberbullismo.

Ormai è un circolo che si ripete come spettacoli al cinema, sempre uguale a sé stesso.

Dopo averlo visto molte volte, cosa abbiamo capito? Sui temi importanti in ballo, ovvero gestione della fragilità personale e della rabbia nel contesto digitale, sulla superficialità con la quale reati penali vengono scambiati per misure educative correttive (concetto questo comune agli orrori della guerra, non ad un contesto sociale), sulle motivazioni patologiche degli aggressori digitali, sull’evidente mancanza di educazione affettiva e sessuale della popolazione social, sulle condotte di rischio che dovremmo saper insegnare a riconoscere a ragazzi e ragazze, sia in campo affettivo che social…. Cosa abbiamo capito?

Con molta probabilità solo che siamo stati colpiti dalla notizia di un ennesimo tentativo di umiliazione subito da una donna. 

La reazione di queste donne, quando presente, cambia gli schemi: supponiamo allora che tu dopo aver subito gli attacchi riposti con nome e cognome ogni commento evidenziandone il carattere pregiudiziale e penale e dichiari di denunciare ogni persona o professionista che si occupi della vicenda, utilizzi la tua immagine o il tuo nome senza consenso. La bacheca si ripulisce, gli haters migrano verso altri obiettivi e il circo riparte con altri protagonisti.

I leoni da tastiera non reggono al confronto fisico, esistono solo on line come dimostrano gli ultimi avvenimenti di cronaca. (http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/10/sesso-droga-e-pastorizia-chiusa-pagina-dopo-le-segnalazioni-della-lucarelli-ho-iniziato-a-pubblicare-i-loro-nomi-mi-hanno-implorato-piangendo-di-toglierli/3442628/; http://m.ilgiornale.it/news/2017/08/14/boldrini-contro-gli-haters-ora-basta-vi-denuncio/1430802/; https://www.iene.mediaset.it/video/belen-faccia-a-faccia-con-la-sua-hater_11274.shtml

Cosa si può fare allora? Educazione alle dinamiche digitali, alle relazioni fisiche e alla importanza della comunicazione digitale personale, alle regole di privacy, al diritto a difenderla e ai mezzi per farlo e non ultimo, promozione della resilienza on line di fronte ad attacchi mirati.

Fonte immagine:https://www.takebackthetech.net/know-more/hate-speech

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