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Se Sarahah fosse utile?

Bene o male l’importante è che se ne parli, diceva Oscar Wilde; piuttosto sgridami ma guardami, pensano i bimbi; se ti criticano è perché conti qualcosa, sembra dire la rete. In altri termini bisogni di attenzione, costanti, diversificati ma comuni e quasi banali per diffusione e caratteristiche: essere visti, riconosciuti, chiacchierati e infine ricercati. 
È davvero tutto qui il nocciolo di interesse che ha generato l’app di tendenza di questa estate? 

Il rischio di trasformare in bullismo il suo utilizzo, ha preoccupato apparentemente solo in termini teorici, in parte perché nella sua struttura sono già state prese precauzioni di protezione degli utenti e in parte perché sembra sia stata utilizzata maggiormente per confessioni romantiche. Che sia questa una buona notizia per quanto riguarda il codice di comportamento on line?

Certo, il fatto che il creatore di sarahah si sia preoccupato della privacy degli utenti di più degli utenti stessi fa sorridere: numerosi provvedimenti per rendere irrintracciabile l’autore del commento per poi vedere le schermate di screenshoot ripubblicate sugli altri social ad opera dello stesso destinatario alla ricerca di pubblico o di confronto.

Il  paragone con altre applicazioni simili che hanno avuto scarso o nullo successo ha fatto prevedere un rapido calo di interesse che pare stia già avvenendo.

Ci sono tuttavia degli aspetti che rendono interessante questa particolare modalità di trattare tutti questi fattori già noti nella rete. Fin a partire dall’iscrizione: l’esposizione volontaria e ostentata che si ottiene, amplificata dalla pubblicazione dei commenti ricevuti su altre piattaforme, sembra un’esorcizzazione del cyberbullismo più che un meccanismo hater di per sé. 

Il controllo che si percepisce esponendosi in maniera intenzionale può dare la forza mentale per resistere alle critiche più ostili, l’ironia con cui viene compiuta l’iscrizione aiuta poi ad interpretare in maniera più leggera e certamente emotivamente meno pervasiva ogni negatività ed anche il clima estivo facilita questa visione.

Gli haters stessi sembrano poi sensibilmente meno interessati a pubblicare commenti intenzionalmente dannosi se coperti da anonimato: il comportamento aggressivo non ha poi così senso se non desta maggiore attenzione nei propri riguardi. 

La prima e facile interpretazione di questo dato, comporterebbe il ritorno al protagonismo come motore principale del comportamento: meglio giudicati haters che non visti. 

Dietro a questa considerazione può esserci però un aspetto di utilità nella comunitaria e reciproca educazione all’uso del web. Certo, è un comportamento un po’ infantile ma psicologicamente comprensibile, se pensiamo semplicemente ai capricci che si fanno da piccoli e fino all’età adulta: fino a quando il genitore è presente nella stanza, la faccia arrabbiata del figlio e le provocazioni che gli lancia mantengono la sua attenzione alta e con questa, si conserva per il bambino la probabilità di ottenere la soddisfazione del desiderio negato; quando invece il genitore non può fisicamente reagire alla diretta ostilità, scompare la possibilità che essere provocatori serva a qualcosa e quindi si cambia giustamente strategia, spesso diventando molto responsabili: è il caso in cui i “diavoletti” casalinghi diventano gli “angioletti” della scuola. Certo è un cambiamento di atteggiamento dato dalla volontà di aumentare le probabilità di ottenere ciò che si vuole ed in questo senso è opportunistico, tuttavia rappresenta una crescita personale ed è anche un’acquisizione di capacità sociali di rapporto che prima non si padroneggiavano.

Insomma se riuscissimo a digerire la bacchettata d’orgoglio educativa che l’ideatore di sarahah (Zain al-Abidin Tawfiq) ha dato, con l’impossibilità di essere riconosciuti in virtù della nostra aggressività e sicurezza manifestate con i toni forti, forse cresceremmo nella relazionalità on line e social.

Altra considerazione è data dalla gestione originariamente pensata di questo strumento: poter annullare nel campo virtuale le distanze gerarchiche tra manager e dipendenti per creare un canale comunicativo che potesse far crescere l’azienda e quindi i benefici per tutti. È il grande sogno della rete virtuale: creare spazi nuovi da esplorare e una forma di comunicazione che grazie al sommarsi dei diversi punti di vista porti una visione strategica ricca di vantaggi per tutti, senza differenze di genere o classe. Forse addirittura l’illusione che senza barriere di separazione ci si senta davvero tutti uguali e meritevoli della stessa considerazione dei propri pensieri, senza bisogno di protagonismo.

Quindi forse dietro la moda, il divertimento, l’onnipresente egocentrismo che incontriamo in ogni social, la fatica di gestire le relazioni in un universo sconosciuto, questa applicazione abbia tirato fuori anche la parte romantica degli innamorati segreti di qualcuno che si dichiarano via sarahaha e degli innamorati segreti della rete pronti a apprezzarne e svilupparne le potenzialità. La promessa di un moderno messaggio in bottiglia anonimo che aiuti chi lo riceve e chi lo invia.

Fonte immagine: http://cdn4.thesocialpost.it/wp-content/uploads/2016/02/messaggio-1-780×450.jpg

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