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Quando il punto non è più capire quale sia la scelta giusta

Con rapida diffusione negli ultimi mesi, il linguaggio dei commenti e del lancio di stati on line sta diventando sempre più provocatorio, sensazionale ed aggressivo. I dibattiti a sfondo politico e sociale che stanno popolando i social sembrano ormai orientati alla creazione di due fazioni agguerrite ed opposte. I contenuti e le fonti sono chiare e completamente rispecchianti, con un meccanismo di azione e reazione ormai prevedibile a priori, ad ogni affermazione corrisponde un’obiezione: uguale nei modi e contraria nei contenuti. Si posta per affermare ulteriormente la propria opinione, si risponde solo per disconfermermare quella opposta.
E’ un meccanismo che ha stancato i più, stati che descrivono il malessere generato da questo tipo di comunicazione diventano in breve tempo virali e spaziano da commenti ironici a quelli che esprimono più decisamente il fastidio. Eppure ognuno di noi è stato tentato di diventare improvvisamente Hater alla lettura di informazioni contrarie alle proprie opinioni ad esempio nella storia infinita dei vaccini o dei diritti della comunità Lgbt, o ancora nelle decisioni criticissime riferibili alla vicenda del piccolo Charlie. 
Come comprendere questo fenomeno? Perché ci irrita così tanto trovare nei nostri contatti qualcuno che esprime l’opinione esatta e contraria alla nostra usando i nostri stessi modi? Perché tali modi diventano nel tempo sempre più accesi e irrispettosi?
Ci può aiutare il più importante studioso del legame tra comunicazione e relazione: Paul Watzlawich, attraverso la sua teoria della Pragmatica della comunicazione.
Sebbene sia consigliata la lettura di tutta la teoria che risulta sempre interessante anche a riletture successive, due delle regole da lui enunciate risultano fondamentali in questo caso: ogni comunicazione ha in sé un aspetto informativo, di contenuto e anche un aspetto di “comando” di relazione (assioma n°2) e si hanno due modalità di entrare in relazione conl’altro, in simmetria e in modo complementare.
La simmetria relazionale si ha tra pari grado e permette di collaborare, si basa sulla sensazione di essere uguali e in condizioni di positività, permette una crescita di conoscenza e abilità in tutti i protagonisti della relazione.

La complementarità, si ha invece in una relazione gerarchica in cui un protagonista assume il ruolo di comando della relazione perché più informato, capace o abituato al compito da svolgere, si basa sulla differenza di abilità o conoscenze e porta alla costruzione di un legame di superiorità e inferiorità che deve essere accettato da tutti per poter portare al raggiungimento dell’obiettivo.
Nel mondo fisico, ci è più facile immaginare le nostre diverse relazioni e inquadrare in una o l’altra delle dinamiche: la simmetria con l’amico o l’amica con cui si condividono le esperienze o tra compagni di classe o di squadra; la complementarità con l’allenatore, il capo, anche in qualche relazione sentimentale.
Nel mondo digitale? Teoricamente nel social alla condizione dell’iscrizione siamo in condizioni di simmetria con tutti gli altri utenti ma nella condivisione dei contenuti non rispettiamo le condizioni di questo rapporto: non ci sentiamo uguali agli altri.

Si dice spesso che il desiderio che spinge a navigare i social sia quello di affermazione, conferma, ammirazione da parte degli altri. Potrebbe essere questo che guida psicologicamente il nostro agire in termini sfidanti, autoritari, sprezzanti nei confronti degli altri naviganti.
Da un punto di vista sociale inoltre, ognuno entra nel social apparentemente in forma personale e per interfacciarsi tra amici, ma è poi improbabile che il proprio ruolo sociale e professionale non venga a dirigere le relazioni più allargate e le nostre reazioni ai temi appunto sociali.
Dalla prospettiva della comunicazione che stiamo utilizzando come lo possiamo interpretare? Purtroppo quello che Watzlawich ha da commentare a proposito è sconfortante. Nella patologia di relazione, specifica che il contenuto della comunicazione perde il suo valore, importante o irrisorio che sia e diventa solo un pretesto strumentale al vero obiettivo dei protagonisti: assumere potere e dimostrare di essere e migliori.

Non suona forse familiare a ciò che stiamo vedendo accadere nella distorsione delle informazioni che circola con la creazione di fake news ad hoc e rivolte di volta in volta a categorie specifiche di persone? Ma anche nel trollaggio e nel cyberbullismo? Infine, la sfiducia che ne deriva nelle fonti di informazioni non è esattamente la perdita di valore del contenuto che è così deleteria per tutti?
Quali sono i probabili effetti di relazione? Secondo la teoria, nelle relazioni simmetriche una competizione senza fine volta ad aumentare la sensazione “io sono meglio di te”, in quelle complementari, una sempre maggiore differenza di potere e uno stile di dominanza sempre più assoluta e non condivisa. Non è simile all’irritazione che proviamo quando per competenze scolastiche o lavorative ci sentiamo offesi da notizie scorrette che vengono diffuse? Non ci sentiamo non riconosciuti dell’autorità che ci e quindi più intolleranti e aggressivi?
Vie di uscita? Come sempre, il primo passo di consapevolezza di quanto sta avvenendo può aiutarci a intervenire sul processo in atto: in questo caso, perché continuare a discutere dei contenuti che abbiamo ormai inevitabilmente svalutato nello scontro? Forse le energie e le positività non dovremmo focalizzarle nel comprendere perché ci scontriamo? Cosa è in grado di farci volere aver ragione piuttosto che voler crescere attraverso i confronti relazionali?

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