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​Il potere delle narrazioni, perché a tutti piacciono le storie.

Nonostante Facebook e gli altri social ci portino a riflettere e dibattere su temi che mai avremmo considerato in altri contesti, diciamo che per la maggior parte di noi, una serata al cinema, a teatro, ad un concerto, rimane più interessante e appetibile rispetto ad un serata passata a disquisire di trattati e libri di anatomofisiologia, matematica 2 o dialogo socratico. Per fortuna è ancora così!

L’interesse nei social cresce però ogni volta che una serie di notizie rimbalza e viene arricchita di dettagli, connessioni, strutture precise e riconoscibili. Così a partire da un interesse relativo e corrispondente alle inclinazioni personali, si arriva ad una generale attenzione costante, ad un passa-link selvaggio (moderna trasposizione del passaparola) in cui approfondimenti più o meno specialistici compaiono nella nostra sfera di conoscenza senza ordine preciso e senza indicazione di legami tra loro.

A questo punto la curiosità cresce, la fame di scoprire e riempire queste lacune porta a velocizzare la ricerca, sentendo crescere la padronanza dell’argomento e prendendo in questo modo una posizione personale l’addove poche ore prima non si pensava di avere competenze né interessi.

Perché questa sorta di frenesia?

Perché è bello! È una sensazione di arricchimento, condivisione, crescita, sicurezza. Assomiglia alla voglia di leggere un libro e al non riuscire a smettere di leggerlo fino a quando non l’abbiamo finito. Assomiglia a quello che prova uno studente ad inizio lezione in università, quando sedendosi al banco sente di poter costruire una parte di sé attraverso la comprensione di quello che verrà spiegato, a quello che provano i bambini dopo aver sentito una storia e aver parlato con chi gliel’ha raccontata. In più, nei social, possiamo subito raccontarla a modo nostro tramite la condivisione del post, possiamo tornare bambini nell’aggiungere le emoticon e nello scambiarle, esattamente come a sei anni facevamo le facce stupite davanti alla trasformazione in carrozza della zucca o ridere tanto come quando lo facevamo davanti al gatto con gli stivali, o essere impauriti anche, come quando il lupo soffiava sulla casetta.

In altri termini, è un modo di narrare che ci appassiona da sempre e che per sue caratteristiche diventa promessa di stupende sensazioni.

Esiste un rischio nel lanciarsi in un libro dimenticando di mangiare o di dormire? Beh, forse solo il mal di testa, la stanchezza o l’avere la sensazione di smarrimento nel tornare ad agire nel mondo reale dopo aver “vissuto” nella realtà creata dalla narrazione.

Ed eccoci allo scopo di questo scritto: esiste un modo in cui le narrazioni possono essere nocive e non arricchenti?

A partire da Bruner (1960) e poi nell’approccio post razionalista (Guidano 1987), la psicologia studia gli effetti trasformativi delle narrazioni personali. Il dialogo clinico infatti, può essere descritto come una serie di narrazioni autobiografiche più o meno consapevoli, più o meno intenzionali e complete. Attraverso la relazione terapeutica si osserva l’arricchimento di queste narrazioni con il ricordo di altri eventi o tematiche collegate, percezioni fisiche, emotive, intenzionali ed aspettative proprie e degli interlocutori. Questa complessità che aggiunge frammenti alla narrazione iniziale permette di dare spesso senso differente a ciò che abbiamo percepito per lungo tempo come problema e può gradualmente portare ad una gestione più efficace e serena dello stesso. In estrema sintesi possiamo così intendere un cambiamento psicologico. 

Va assolutamente considerato che è un processo guidato, in cui il terapeuta svolge una parte attiva nel dirigere l’attenzione, per rendere questo percorso di ricerca e selezione di significato più efficace e sicuro possibile.

Da questa descrizione deriva la criticità di una narrazione co-costruita in maniera istintiva e velocissima attraverso i social: l’arricchimento e i collegamenti tra argomenti non seguono una coerenza logica a noi sempre comprensibile e non è quindi paragonabile alla lezione universitaria. Non è gestita da un responsabile ufficiale della narrazione e può essere dunque distorta, per questo si differenzia da una produzione letteraria. Non ha una storia alle spalle condivisa da tutti e deve puntare su un’attivazione emotiva forte per essere attraente ai più, è spesso dunque esagerata nell’incipit e si distingue in questo da un’opera teatrale o pittorica.

È una narrazione quella social, estremamente positiva in conclusione, ma non completa nelle forme che conosciamo e che necessita di nuove consapevolezze sul modo di affrontarla, che richiede strategie a cui nello specifico non siamo ancora abituati: riconosciamo l’attrattiva e la ricchezza ma non padroneggiamo lo schema.

Quali allora i rischi: parlarne troppo poco dei modi di agire nel social, degli effetti che ci fanno le notizie, di cosa è emotivamente troppo attivante o cognitivamente confuso, destabilizzante. In altre parole concentrarsi su i contenuti che girano in rete sentendosi in dovere di comprendere ed essere pronti a prendere posizione in merito, oppure sentendosi assolutamente incapaci di farlo e comunicare senza prima riflettere sul perché ci sentiamo così.

Tornando alla narrazione terapeutica, ci sentiamo realmente più sicuri una volta arricchita la nostra storia di tutti i tasselli necessari: mnemonici, cognitivi, emotivi, episodici, fisici, relazionali, ecc. La lettura di news in ambiti social non è ancora in grado di essere trattata come narrativa di sé, ovvero come narrativa su cui basare comportamenti e decisioni importanti.

In un clima di grosse prese di posizione su temi importanti su cui aleggia l’ombra delle fake news e della ricerca di sensazionalismo o protagonismo può essere un fattore su cui riflettere.

Fonte immagine:https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Narrazione-transmediale.jpg/392px-Narrazione-transmediale.jpg

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