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Hate speech: più facile odiare on line? 

Propaganda politica, polarizzazione delle opinioni, diffusione di notizie incomplete, non verificate o addirittura inventate. Queste alcune delle conseguenze sociali del proliferare dell’uso di termini razzisti, offensivi, denigratori, sessisti all’interno del web.

Dal punto di vista più comunitario e individuale invece è un fenomeno che si associa a cyberbullismo, denigrazione e umiliazione di singoli individui, a volte famosi, altre volte conoscenti, spesso sconosciuti su cui si addensano apparentemente senza motivo, critiche più o meno feroci ed inviti all’esclusione, alla condanna.

In termini comuni è facile ormai sentire chiamare “leoni da tastiera” i cosiddetti haters che attaccano indiscriminatamente profili Facebook più o meno conosciuti, ma la domanda che circola senza trovare risposta precisa è: perché scegliere di esprimere quasi esclusivamente le proprie idee ostili? Perché seguire un personaggio noto se non gradito per poi infastidirsi e finire per insultarlo?

Sebbene a questo livello la curiosità sia il motore di tali interrogativi, ben più forte è la preoccupazione riguardante i legami tra hate speech e politica: raccogliere e polarizzare le insoddisfazioni dei cittadini può essere compito di un politico, ma la creazione di un bersaglio su cui sfogare rabbia e frustrazione non porta certo a costruire un progetto di miglioramento delle condizioni sociali. Questo atteggiamento spinge a pensare che l’unico effetto desiderato della strategia possa essere la crescita di adesioni indipendente da un progetto o un obiettivo.

Al di là delle opinioni personali, il problema sembra prendere la forma di una ricerca di consensi attraverso l’istituzione di una veloce condivisione emotiva di negatività, così come accade per le fake news. La facilità di pubblicare un commento negativo in coda ad altri simili, di mettere un like ad un altro di uno sconosciuto, di prendere in giro un pari, il tutto in meno di due minuti fa in effetti riflettere: sulla base di una sensazione di rabbia o frustrazione che può avere una durata specifica, possiamo compiere in parallelo o in veloce sequenza, più attività che colpiscono persone, idee o sistemi diversi.

Certo, in questi casi l’appello al diritto di libertà di espressione è di abitudine e genera dibattiti in ogni ambito sociale, ma l’impulsivita’ a cui l’uso dei social ci abitua per modalità velocissime si può chiamare ancora espressione? Dal punto di vista psicologico forse siamo più vicini al campo della reazione non mediata.

Il poter creare il proprio mondo ideale all’interno del social è una possibilità unica, in cui trovare contenuti simili e selezionati secondo le proprie preferenze ha il sapore della soddisfazione permanente. Se però perdiamo la capacità di tollerare opinioni diverse od opposte o stili di vita altrui che ci mettono a disagio, forse stiamo prendendo troppo realmente lo scenario digitale.

Tra le iniziative da segnalare che si occupano di questo fenomeno il posto d’onore è del  ” no hate speech movement” promosso dal Consiglio Europeo che ha per quanto riguarda l’Italia, la sua concretizzazione nel No hate speech Italia con lo scopo di riportare la tutela dei diritti umani nel focus del dibattito e arginare la diffusione di espressioni offensive soprattutto nei giovani utenti di Internet. http://www.nohatespeech.it/

Un’interessante e articolata analisi degli effetti dell’hate speech si trova invece al seguente link:http://www.pensierocritico.eu/hate-speech.html

Fonte immaginehttp://cyberbullismo.cts.istruzioneer.it/wp-content/uploads/sites/4/2016/11/Schermata-2016-11-29-alle-17.53.41.pnghttp://cyberbullismo.cts.istruzioneer.it/wp-content/uploads/sites/4/2016/11/Schermata-2016-11-29-alle-17.53.41.png

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