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Diagnosi da dietro lo schermo

Un italiano su due cerca di trovare risposte a rassicurazioni sul proprio stato di salute inserendo i propri sintomi all’interno dei principali motori di ricerca. Secondo la ricerca ad opera dell’ISTAT, nel 2013 il 49,6% della nostra popolazione ha avuto questo comportamento ogni qual volta ha affrontato un problema di salute sia personalmente che riguardante un proprio familiare. Questo dato inoltre rappresenta una tendenza in costante crescita esponenziale per cui si può ragionevolmente pensare che nel 2017 la percentuale sia ancora più alta. 

Stiamo ufficialmente prendendo l’abitudine alla ricerca della auto-diagnosi on line, comportamento da ogni categoria medica definito come controproducente e potenzialmente dannoso. Ogni sito, rivista, programma specializzato e professionista non possono che confermare questa opinione eppure sono aumentate le ricerche fino a coniare ormai in maniera socialmente accettata la consueta frase : ”l’ho cercato in internet, lo so non dovevo, ma…”

I rischi pratici sono principalmente tre:

Dal punto di vista medico, la difficile conferma dell’attendibilità delle fonti che possono rendere sbagliata la diagnosi e tanto più la cura da intraprendere. A questo proposito, l’HON Code ha emanato una lista di otto punti che le agenzie di divulgazione medica devono rispettare per poter essere accreditate e si riferiscono sia ai contenuti che al sito che agli autori.

Dal punto di vista legale, stiamo spesso dimenticando che il prezzo da pagare per le informazioni on line sono i dati di privacy che raramente vengono tutelati quando inseriti in un motore di ricerca. Si sono così’ create delle spiacevoli situazioni in cui dopo aver svolto una ricerca sui propri sintomi fisici, nella propria pagina social o tra i suggerimenti spam, sono comparse delle notizie riguardanti tumori, malattie rare, disfunzioni di vario genere, perfino pubblicità di pompe funebri. http://www.focus.it/tecnologia/digital-life/pubblicita-delle-pompe-funebri-ai-malati-di-cancro. Questo tipo di profilazione ovviamente, non può che far aumentare l’ansia e conseguentemente la cattiva gestione del problema.

Dal punto di vista psicologico, la ricerca on line dell’autodiagnosi non può che accentuare la tendenza all’automonitoraggio fino alla confusione dei segnali fisici o alla loro errata attribuzione ad uno stato di malessere da controllare e curare. La categoria dei disturbi d’ansia riferibili alla ipocondria è così presente nell’universo digitale sotto forma di cybercondria, ovvero la ricerca ossessiva e non soddisfacente di diagnosi e spiegazioni scientifiche rispetto a diverse tipologie di sensazioni fisiche.

La trasposizione on line di questo problema risulta preoccupante perché può riunire in sé caratteristiche di addiction oltre che aumentare l’ansia in maniera significativa. Questo perché la rapida rintracciabilità e la quantità di informazioni stesse disponibili con un click è veramente una miscela irresistibile che porta più di un italiano su due a interessarsi per lungo tempo e con ricerche successive derivate a temi medici che non sono né di facile comprensione, né gestibili da un non medico.

Una conseguenza frequente è infatti l’insoddisfazione rispetto ai contenuti appresi e la tendenza a scegliere di continuare le ricerche su fonti poco attendibili e valutabili, invece che rivolgersi al professionista per una visita professionale, specialistica e in grado di essere finalizzata alla nostra persona.  

Perché stiamo accettando questa deriva comportamentale che non ci rende giustizia nel diritto alla cura?

Da un lato, troviamo l’azione della overloading information, ovvero una nuova forma di addiction on line grazie alla quale abbiamo sviluppato capacità cognitive in grado di abituarci al sovraccarico cognitivo dato l’attività multitasking della rete che ci porta a questa ricerca irrefrenabile senza interromperla. Abbiamo così aumentato la nostra soglia di tolleranza al prestare inutilmente attenzione a molte informazioni contemporaneamente prima di poterle selezionare e filtrare, apprendendole “a priori” in maniera nozionistica, ovvero senza essere in grado di gestirle e utilizzarle concretamente.

In secondo luogo, abbiamo iniziato a non considerare l’ansia relativa allo stato psicofisico che ci ha sempre portato a cercare un confronto specialistico in grado di aiutarci: sia a conoscere meglio i segnali del corpo che ad interpretarli e gestirli al meglio. Non tentiamo allora di risolvere l’ansia rivolgendoci ad un medico di fiducia, ma di farla piano piano diminuire sparire nelle azioni familiari di navigazione on line  aumentando idealmente il proprio controllo, come se l’autonomia di questo gesto sia in grado di far sentire più competenti dal punto di vista medico. E’ questo un comportamento istintivo e comprensibile ma generato da una scarsa interpretazione dell’ansia e non da un’effettiva e riscontrata utilità. Come per la medicina, anche un problema d’ansia richiede di essere trattato da professionisti del settore. Altrimenti non potrà che aumentare nel circolo vizioso della rete come spesso riscontrato da tutti noi.
Fonti: 

Alle mie pazienti il dottor google dice che… Una nuova base sicura, decentrata in psicoterapia 3.0 (Dr google says to my patients.. a new secure base, decentralized in psychotherapy 3.0) PSICOBIETTIVO. Giulio D’Adamo.

La qualità dell’informazione sanitaria in rete. M Masoni, MR Guelfi, A Conti, GF Gensini – academia.edu
Approfondimenti

Criteri HON CODE tradotti in lingua italiana, così come appaiono sull’omonimo sito all’URL: http://www.hon.ch/HONcode/Italian/

Ogni informazione medica fornita ed ospitata dal sito sarà scritta unicamente da esperti dell’area medica e da professionisti qualificati, a meno che un’esplicita dichiarazione non precisi che qualche informazione provenga da persone o organizzazioni non mediche

Le informazioni diffuse dal sito sono destinate ad incoraggiare, e non a sostituire, le relazioni esistenti tra paziente e medico.

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Fonte immagine:http://cultura.biografieonline.it/cybercondria/

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